OCCHI NUOVI PER GUARDARE LA CHIESA
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Don Gigi si insedia ufficialmente come parroco del Barbarigo, con questa omelia che guarda alla Chiesa - cittą ideale

È una felice coincidenza quella di poter celebrare il mio ingresso ufficiale come parroco di san Gregorio Barbarigo proprio nel giorno della festa della Dedicazione nel quale la liturgia ci invita a soffermare il nostro sguardo sul mistero della Chiesa. Celebrare la festa della Dedicazione è per noi l’occasione di guardarci allo specchio e riflettere sul nostro essere Chiesa, o meglio, sul nostro modo di essere Chiesa in questo particolare incrocio della storia.

Sono passati i tempi in cui la Chiesa consacrava re e imperatori decidendo i destini di popoli e nazioni, ma questo non vuol dire che abbia smesso di far parlare di sé o che abbia perso la sua notorietà: la ritroviamo spesso nei dibattiti pubblici, la sentiamo ancora citare a margine di discorsi politici più o meno illuminati, la ritroviamo, ahimè, tra le pagine di cronaca dei giornali, la percepiamo come un sottofondo tranquillizzante a colmare il vuoto di una modernità che dice di poter fare a meno di Dio, salvo poi averne bisogno per esorcizzare la paura e la solitudine.

Ma è questo che la Chiesa deve essere? È questo che la Chiesa deve essere per poter assolvere al compito affidatole dal suo Signore? Di quale Chiesa abbiamo bisogno, oggi? Quale Chiesa desideriamo costruire insieme ?

Il profeta Isaia tratteggia un suggestivo volto di Chiesa nel brano che abbiamo appena ascoltato: certo egli non parla della Chiesa, egli parla della città santa di Gerusalemme e del suo magnifico tempio, ma dietro le sue parole – parole di visione, non di pura osservazione – non è difficile riconoscere i tratti della città futura, nella quale la Chiesa stessa può identificarsi. È la città santa per eccellenza: la città nella quale Dio farà risplendere la sua gloria e nella quale dimorerà per sempre con il suo popolo.

Ebbene quali sono le caratteristiche di questa città ideale?

La forza, stabilità e bellezza, anzitutto. La città di cui parla il profeta è una città dalla mura robuste e dai bastioni impenetrabili, una città in grado di incutere timore ai suoi nemici; una città stabile e poderosa in grado di resistere agli attacchi esterni e di sopravvivere alla forza distruttiva delle intemperie perché fondata sulla roccia; una città splendente e luminosa la cui bellezza colpisce l’occhio, anche quello meno addestrato, lasciandolo come sopraffatto dall’incanto.

Ecco, così mi piacerebbe che fosse la Chiesa: forte, stabile e bella!

Forte, anzitutto. Naturalmente la forza di cui parlo non è quella evocata dal profeta Isaia, quella delle mura possenti che tiene lontani, non è quella delle porte robuste che chiudono l’accesso, né quella dell’imponenza che incute timore. Di questa forza non c’è più traccia: forse un tempo ce n’era, quando ancora la Chiesa costituiva l’ago della bilancia rispetto alle questioni fondamentali dell’etica e della politica, quando aveva ancora voce in capitolo nei salotti dei potenti e poteva indirizzare con autorevolezza le masse orientandone il pensiero e l’azione. Ma oggi la sua condizione è l’insignificanza e la sua presenza solo una pallida reminiscenza della gloria del passato. La forza della Chiesa di oggi è e deve essere un’altra: La forza della Chiesa di oggi è la forza della sua debolezza, la forza delle sue porte aperte che permettono l’incontro e favoriscono la relazione, scongiurando la possibilità, neanche tanto remota, di un cristianesimo per pochi eletti; la sua forza è la forza dei muri bassi, facilmente valicabili, a dire di un sincero desiderio di prossimità capace di vincere l’estraneità e la diffidenza, la sua forza è quella della giustizia: aprite le porte dice Isaia, entri una nazione giusta … Una giustizia che accomuna uomini e donne di tutte le razze e di tutte le estrazioni desiderosi di assolvere al compito non banale di custodire la terra e di accudire l’umano. Custodisci, Signore, il cammino di questa comunità: fa che sia sempre riconoscibile in essa la forza dell’accoglienza, la forza della giustizia, la forza della prossimità. E custodisci, ti prego, anche me che chiami a condurla perché mai prenda il sopravvento la logica di una forza che non sia quella dell’amore e della reciprocità.

Vorrei una Chiesa forte e vorrei una Chiesa dalle fondamenta solide, una Chiesa stabile. Naturalmente, stabile non vuol dire inamovibile o caparbia. Sono lontani, infatti, e per fortuna, i tempi in cui essa appariva indistruttibile, dogmatica e immune ad ogni cambiamento. Stabile vuol dire capace di affiancare il cammino dell’uomo senza timore di parlare la sua lingua, e senza nessun imbarazzo quando si tratta non di fare sconti, ma di rendere accessibile la verità, forte dell’unico fondamento che è Cristo Gesù. Una Chiesa stabile è una Chiesa capace costruire spazi autentici di dialogo e di confronto non per debolezza o per esitazione, ma perché porta dentro di sé la convinzione che sia l’unico Spirito ad operare in tutti e che solo nella molteplicità dei doni accolti si dischiuda la pienezza della verità. La domanda che Paolo rivolge ai Corinti, lo dice con straordinaria efficacia: “Non sapete che voi siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” Rendici, Signore, uomini e donne capaci di dialogo. Non lasciare che superbia e presunzione prendano il sopravvento: che non ci capiti mai di confondere la fermezza con l’ottusità, la determinazione con la durezza e la saldezza con l’immobilità. Aiutami, Signore, a non ritenere mai che il mio punto di visto sia l’unico degno di essere preso in considerazione e aiutami a riconoscere negli altri, chiunque siano, un dono che la creatività dello Spirito elargisce per il bene di tutti.

Forza e stabilità, dunque, ma in questa Chiesa può mancare la bellezza? La bellezza ha sempre accompagnato il cammino della Chiesa e lo dico senza nascondere una certa nostalgia. Pensate alle formidabili opere d’arte che, per secoli, hanno impreziosito i suoi edifici educando alla bellezza e all’eleganza che affinano lo spirito.

Il problema è che oggi di bellezza sembra non esserci più traccia e, ben inteso, non alludo né alle pietre preziose né alle opere d’arte, alludo alla capacità, che la Chiesa di ogni tempo dovrebbe avere, di attrarre a sé, di coinvolgere intorno a progetti arditi, di emozionare le coscienze, di suscitare la fede e di mostrare la bellezza di una vita totalmente dedita alla causa del vangelo. Oggi non c’è più attrattiva! Le nostre liturgie hanno perduto il loro fascino, i nostri inviti hanno perso il loro valore di richiamo, la nostra testimonianza ha smarrito la sua forza di persuasione … 

Di quale bellezza, mi chiedo, dovrebbe brillare la nostra Chiesa di oggi per riappropriarsi del suo fascino e per tornare a attrarre come un tempo? Io credo che la bellezza di cui dovrebbe brillare la nostra Chiesa oggi sia la bellezza della comunione e la bellezza della gratuità: ovvero la bellezza di un’appartenenza che non è fondata né sulla reciprocità dell’interesse, né sul calcolo dell’efficienza, né sull’uniformità delle vedute, ma sull’indissolubilità dell’amore con il quale Cristo lega a sé i suoi e nel quale li lega gli uni agli altri. Bellezza intima, quasi nascosta, senza clamore. È la bellezza evocata da Gesù quando a coloro che gli chiedono una testimonianza che sia in grado di convincerli circa il suo essere l’inviato di Dio, parla del buon pastore e del legame indistruttibile e potente che egli stabilisce con le sue pecore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.”

È un legame potente quello di cui Gesù parla: un legame capace di dar senso alle cose, capace di saldare relazioni vere e dare un vigore irrefrenabile alla vita.

Ed è questo che affascina oggi i tanti che ci passano accanto e che incrociano il nostro cammino: la forza di un legame, quello che ci ancora all’amore di Dio, e diventa principio fecondo di vita e di comunione contro ogni logica mondana e contro ogni prevedibile calcolo.

Questo legame, Signore, è la cosa più preziosa che abbiamo: aiutaci a custodirla. Questo legame è la cosa più preziosa che possiamo donare agli altri: aiutaci a non tenerla gelosamente per noi, ma a donarla a piene mani perché la sua bellezza invada la nostra terra.

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